Pubblicato il Agosto 22, 2024

L’impiego efficace dei droni contro la piralide non risiede nella tecnologia in sé, ma nella padronanza di un rigoroso framework operativo e normativo che previene il calpestamento e massimizza l’efficacia del trattamento biologico.

  • La distribuzione del Trichogramma via drone garantisce una copertura uniforme impossibile da replicare manualmente, senza compattare il suolo.
  • Le normative ENAC per operazioni specializzate sono stringenti ma necessarie per operare in sicurezza e legalità, distinguendo l’uso professionale da quello hobbistico.

Raccomandazione: Valutare l’integrazione dei droni partendo non dall’acquisto del mezzo, ma dalla definizione di un piano operativo aziendale che includa analisi dei rischi (SORA) e procedure di validazione a terra dei dati raccolti.

La piralide del mais (Ostrinia nubilalis) rappresenta una minaccia costante per i maiscoltori italiani, specialmente nelle fasi avanzate di sviluppo della coltura. Quando il mais è alto, l’intervento con mezzi tradizionali come i trampoli diventa non solo faticoso, ma anche dannoso: ogni passaggio compatta il terreno e rischia di danneggiare le piante, compromettendo parte del raccolto che si cerca di proteggere. La soluzione sembra ovvia: utilizzare i droni. Tuttavia, l’approccio comune si ferma spesso ai generici vantaggi di tempo e precisione.

La vera svolta non è semplicemente “usare un drone”, ma implementare un framework operativo professionale. Questo significa andare oltre la tecnologia e padroneggiare la metodologia che la governa. Se la vera chiave fosse non tanto il drone in sé, quanto la capacità di interpretarne i dati, di volare nel rispetto delle rigide normative italiane e di trasformare un’immagine aerea in una decisione agronomica redditizia? Questo approccio sposta il focus dall’oggetto tecnologico al processo strategico.

Questo articolo, redatto dalla prospettiva di un pilota certificato specializzato nel settore agricolo, non si limiterà a elencare i benefici. Fornirà invece una guida metodologica per navigare le complessità normative, tecniche e agronomiche. Esploreremo i permessi necessari, le tecniche di mappatura, la scelta del drone più adatto e come trasformare i dati raccolti in un reale vantaggio economico, garantendo un intervento efficace senza che una sola ruota o un solo scarpone tocchi il vostro campo in fase critica.

Per navigare con chiarezza attraverso questi aspetti tecnici e normativi, abbiamo strutturato l’articolo in sezioni specifiche. Il sommario che segue vi guiderà passo dopo passo nella costruzione di una competenza operativa completa sull’uso dei droni in maiscoltura.

Quali patentini servono per pilotare un drone sopra i 25 kg in area agricola?

La questione normativa è il primo e più critico passo per un’integrazione professionale dei droni in agricoltura. È fondamentale comprendere che pilotare un drone per distribuire prodotti, anche biologici, non rientra nell’uso hobbistico. Si tratta di un’operazione specializzata soggetta a regole precise definite dall’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile). Il percorso non si esaurisce con il cosiddetto “patentino” base. L’attestato A1-A3, ottenibile online a un costo contenuto, è solo il requisito di partenza. Infatti, secondo la guida ENAC, il costo del patentino base A1-A3 è di soli 31€, ma abilita a operazioni a rischio molto basso, inadeguate per l’agricoltura professionale su vasta scala.

Per operare con droni di peso superiore ai 25 kg o per eseguire attività considerate a rischio medio-alto come la distribuzione di prodotti, si entra nella “Categoria Specifica”. Questo livello richiede un’autorizzazione operativa rilasciata da ENAC, che si ottiene solo dopo aver completato un iter complesso. L’agricoltore o il contoterzista deve redigere un Manuale delle Operazioni e, soprattutto, condurre un’analisi del rischio specifica per lo scenario operativo previsto, nota come SORA (Specific Operations Risk Assessment). Questa analisi valuta tutti i potenziali pericoli, sia a terra che in aria, e definisce le misure di mitigazione per garantire la sicurezza.

È inoltre cruciale distinguere la distribuzione di solidi (come le capsule di Trichogramma) dalla dispersione di liquidi. Mentre la prima è un’operazione specializzata consolidata, l’irrorazione di prodotti fitosanitari liquidi con droni in Italia è soggetta a normative ancora più stringenti e a un dibattito tecnico-legislativo in corso. Affidarsi a operatori certificati che possiedono le autorizzazioni per la Categoria Specifica è l’unica via per garantire la conformità normativa e operare legalmente, evitando sanzioni e assicurando la copertura assicurativa, obbligatoria per legge.

Trichogramma con drone o manuale: quale metodo garantisce la copertura migliore?

La lotta biologica alla piralide con l’imenottero parassitoide oofago Trichogramma brassicae è una pratica consolidata, ma il suo successo dipende criticamente dalla precisione e uniformità della distribuzione. Il metodo manuale, che impiega personale a piedi con i trampoli, presenta due limiti intrinseci: il compattamento del suolo e una distribuzione disomogenea. Ogni passaggio umano lascia un’impronta, alterando la struttura del terreno, mentre la distribuzione manuale delle capsule è inevitabilmente approssimativa.

Il drone rivoluziona questo processo. Volando a un’altezza costante e seguendo un piano di volo pre-programmato, il drone assicura una distribuzione a griglia di una precisione centimetrica. Questo garantisce che ogni porzione del campo riceva la quantità corretta di capsule, massimizzando la probabilità che il Trichogramma intercetti le uova di piralide. L’efficienza è notevole: i quadricotteri specializzati possono trattare 2 ettari in 5 minuti, una velocità irraggiungibile con metodi manuali. L’assenza totale di contatto con il suolo e le piante è il vantaggio più evidente, preservando l’integrità del campo e del raccolto.

La visualizzazione seguente mette a confronto l’impatto dei due metodi: da un lato il disturbo causato dal passaggio umano, dall’altro la precisione incontaminata del rilascio aereo.

Confronto visivo tra distribuzione manuale e con drone di capsule biologiche

Come dimostra questo confronto, il drone non è solo più veloce, ma qualitativamente superiore. Un caso di successo italiano è quello del drone Agrodron, sperimentato nel mantovano, che con un peso di soli 5,5 kg è in grado di trattare 10 ettari all’ora, dimostrando l’efficacia e il risparmio di questa tecnologia nel contesto agricolo nazionale. La scelta del drone si traduce quindi in una copertura ottimale e in un rispetto totale della coltura, due fattori chiave per il successo della lotta biologica.

Come leggere una mappa di vigore fatta col drone per individuare carenze nutrizionali?

Una mappa di vigore, tipicamente basata sull’indice NDVI (Normalized Difference Vegetation Index), è uno degli strumenti più potenti offerti dai droni. Essa mostra, attraverso una scala di colori (solitamente dal rosso al verde), lo stato di salute e la densità della biomassa vegetale. Tuttavia, un errore comune è interpretare una macchia rossa (basso vigore) come una diagnosi definitiva, ad esempio una carenza di azoto. La mappa non è la risposta, ma la domanda giusta posta al campo. Il vero valore sta nella capacità di usare questa informazione per guidare un’indagine mirata.

La superiorità del drone rispetto al satellite risiede nella risoluzione. Mentre le immagini satellitari hanno un dettaglio di diversi metri per pixel, i droni offrono una risoluzione fino al millimetro per pixel contro i 10 metri dei sistemi satellitari gratuiti. Questo livello di dettaglio permette di distinguere problemi tra filari o addirittura su singole piante. Una volta identificata un’area anomala sulla mappa, inizia il lavoro fondamentale di “validazione a terra” (ground-truthing). L’agricoltore o il tecnico deve recarsi fisicamente nel punto esatto segnalato dal GPS per investigare la causa reale.

Un’area a basso vigore potrebbe essere causata da una molteplicità di fattori: un attacco localizzato di piralide, stress idrico dovuto a un’irrigazione non uniforme, compattamento del suolo, una patologia fungina o, infine, una carenza nutrizionale. Senza una verifica diretta, qualsiasi intervento (come una concimazione mirata) sarebbe basato su una supposizione. La mappa serve a ottimizzare il campionamento e le analisi, non a sostituirle.

Piano di verifica per le anomalie di vigore

  1. Ispezione visiva: Verificare la presenza di piralide, larve o fori di ingresso sulle piante nell’area target.
  2. Analisi del suolo: Controllare l’umidità a diverse profondità e testare la compattazione con un penetrometro.
  3. Controllo fitosanitario: Esaminare le foglie per individuare sintomi visivi di patologie come l’elmintosporiosi o altre macchie fogliari.
  4. Campionamento fogliare: Prelevare campioni di foglie esclusivamente dall’area anomala per un’analisi di laboratorio che confermi o escluda carenze nutrizionali.
  5. Confronto storico: Sovrapporre la mappa attuale con quelle degli anni precedenti per capire se il problema è ricorrente e legato a caratteristiche intrinseche del suolo.

Ala fissa o multirotore: quale drone copre 100 ettari con una sola batteria?

La scelta tra un drone multirotore (simile a un elicottero) e un’ala fissa (simile a un aereo) dipende interamente dall’applicazione specifica. Non esiste un “migliore” in assoluto, ma solo il più adatto allo scopo. Per rispondere direttamente alla domanda del titolo: per coprire grandi estensioni come 100 ettari in un singolo volo, l’ala fissa è la soluzione indicata, grazie alla sua maggiore efficienza aerodinamica e autonomia di volo.

Tuttavia, per la lotta biologica e i trattamenti mirati, il multirotore è quasi sempre la scelta preferibile. La sua capacità di effettuare un volo stazionario (hovering), di muoversi lentamente e a bassa quota, e di decollare e atterrare verticalmente in spazi ristretti (come il bordo di un campo) lo rende imbattibile per la precisione. Un’ala fissa, al contrario, necessita di una velocità minima costante per rimanere in volo e non può fermarsi su un punto, rendendola inadatta a distribuzioni localizzate di precisione. Il multirotore, inoltre, ha una capacità di carico tipicamente superiore, essenziale per trasportare serbatoi o contenitori per le capsule di Trichogramma.

La tabella seguente, basata su dati di settore, riassume le differenze chiave per aiutare nella scelta operativa, includendo anche una stima dei costi iniziali che risponde a una delle domande più comuni degli agricoltori.

Confronto tra droni multirotore e ad ala fissa per l’agricoltura
Caratteristica Multirotore Ala Fissa
Autonomia tipica 18-20 minuti 45-60 minuti
Area coperta/volo 2-10 ettari 100-200 ettari
Capacità di carico 5-12 kg 1-3 kg
Volo stazionario No
Precisione spargimento Eccellente Limitata
Adatto per piccoli campi Ottimo Scarso
Costo iniziale 2.000-20.000€ 10.000-50.000€

In sintesi, per la mappatura di vasti appezzamenti si sceglie l’ala fissa. Per tutte le operazioni che richiedono precisione, come la distribuzione di insetti utili, il campionamento o i trattamenti spot, il multirotore è lo strumento operativo corretto.

Quando volare per evitare che le ombre falsino i dati della camera multispettrale?

La qualità dei dati raccolti da una camera multispettrale è direttamente influenzata dalle condizioni di illuminazione al momento del volo. Il problema principale è rappresentato dalle ombre, che possono alterare drasticamente i valori di riflettanza registrati dal sensore e, di conseguenza, falsare gli indici di vigore come l’NDVI. Un’ombra proiettata da una pianta su un’altra, o anche l’auto-ombreggiamento della pianta stessa, può far apparire un’area sana come stressata, portando a interpretazioni errate e decisioni agronomiche sbagliate.

La regola generale per la mappatura multispettrale è di volare il più vicino possibile al mezzogiorno solare, ovvero quando il sole è al suo punto più alto nel cielo. In questa finestra temporale, tipicamente tra le 10:00 e le 14:00 (ora solare), le ombre sono più corte e l’illuminazione è più uniforme su tutta la chioma. Volare nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio, specialmente con una coltura alta come il mais, produce ombre lunghe che possono coprire intere porzioni di filare, rendendo i dati inaffidabili. La nuvolosità, se uniforme e costante (cielo completamente coperto), può essere preferibile a un cielo parzialmente nuvoloso, dove il passaggio repentino di nuvole crea variazioni di luce incontrollabili.

Per mitigare questi problemi, i droni professionali sono dotati di un sensore di luce incidente (DLS – Downwelling Light Sensor). Questo sensore, montato sulla parte superiore del drone, misura in tempo reale l’intensità della luce solare e permette al software di calibrare i dati acquisiti dalla camera multispettrale. L’uso di questa tecnologia è fondamentale, poiché corregge le variazioni di luminosità e, secondo analisi di settore, il sensore di luce incidente (DLS) permette un aumento del 40% della finestra operativa, estendendo l’orario utile per le acquisizioni. Per il rilascio di agenti biologici, invece, non essendoci raccolta dati, si può preferire il tardo pomeriggio per evitare le ore più calde.

Perché le mappe satellitari NDVI non bastano se non sapete interpretarle in campo?

Le mappe satellitari, come quelle fornite dal programma europeo Copernicus con i satelliti Sentinel-2, sono uno strumento accessibile e utile per un monitoraggio su larga scala. Tuttavia, presentano due limiti fondamentali che ne riducono l’efficacia per interventi tattici e tempestivi in maiscoltura: la bassa risoluzione e la dipendenza dalle condizioni meteorologiche. Come già accennato, una risoluzione di 10×10 metri per pixel non permette di individuare problemi su piccola scala, mescolando l’informazione di piante sane, piante stressate e terreno nudo.

Il limite più grande, però, è la copertura nuvolosa. Un drone vola sotto le nuvole, un satellite no. Per un maiscoltore, ottenere un dato affidabile in una specifica fase fenologica critica (es. levata, fioritura) è fondamentale. Se in quella settimana il cielo è coperto, l’immagine satellitare non sarà disponibile, rendendo lo strumento inutile proprio quando serve di più. Un’analisi specifica ha dimostrato come, nelle principali aree maidicole italiane, la copertura nuvolosa limiti significativamente la disponibilità di immagini Sentinel-2 utili durante i momenti chiave dello sviluppo del mais.

Il drone, al contrario, offre una flessibilità tattica insuperabile. Permette di decidere quando volare, ottenendo dati ad altissima risoluzione esattamente nel giorno desiderato. Questo non sminuisce l’utilità del satellite per analisi strategiche e confronti pluriennali, ma evidenzia perché non può essere l’unico strumento per la gestione di precisione in stagione. La mappa satellitare può indicare “dove” guardare a livello di appezzamento, ma solo il drone, seguito dalla validazione a terra, può spiegare “perché” c’è un problema e guidare un intervento correttivo mirato ed efficace.

Ultrasuoni o cannoni a gas: cosa funziona davvero contro gli storni nel frutteto?

Sebbene il nostro focus sia la maiscoltura, è utile esplorare altre applicazioni per comprendere la versatilità operativa dei droni in agricoltura. La difesa dai volatili dannosi, come gli storni nei frutteti o nei vigneti in prossimità della raccolta, è un problema complesso. Metodi tradizionali come i cannoni a gas o i dissuasori acustici a ultrasuoni mostrano un’efficacia limitata nel tempo. Gli uccelli, infatti, tendono ad abituarsi rapidamente a stimoli sonori ripetitivi e prevedibili.

Il drone introduce un approccio radicalmente diverso: la simulazione di un predatore. Il volo non prevedibile di un drone, unito al suo ronzio, viene percepito dai volatili come una minaccia reale e imminente, scatenando una risposta di fuga istintiva. A differenza di un suono fisso, il drone si muove, insegue e pattuglia l’area, rendendo molto più difficile il fenomeno dell’assuefazione. Questa tecnica di “bird control” si sta dimostrando particolarmente efficace e sostenibile.

Un caso di studio significativo proviene dalla Toscana, dove il drone non solo si è dimostrato efficace, ma ha anche risolto un problema di inquinamento acustico. L’uso dei rumorosi cannoni a gas è spesso fonte di conflitto nelle aree rurali densamente popolate. Come riportato in un’analisi sul campo, la soluzione del drone è vista con favore da enti come l’ISPRA per il minor impatto acustico nel paesaggio. L’efficacia di questa metodologia è quantificabile: studi e applicazioni pratiche dimostrano che l’uso di droni per l’allontanamento volatili può garantire una riduzione del 70% dei danni alle colture. Questo esempio dimostra come il drone non sia solo uno strumento per la distribuzione, ma una piattaforma versatile per diverse strategie di difesa integrata.

Da ricordare

  • L’uso professionale dei droni in agricoltura richiede autorizzazioni specifiche (Categoria Specifica) e un’analisi dei rischi (SORA), andando ben oltre il patentino base A1-A3.
  • Il drone garantisce una distribuzione del Trichogramma omogenea e senza calpestamento, superando i limiti agronomici dei metodi manuali con trampoli.
  • Una mappa di vigore non è una diagnosi, ma uno strumento per guidare la “validazione a terra”: l’ispezione sul campo resta fondamentale per identificare la causa reale di uno stress.

Come ridurre i costi di concimazione del 25% con le mappe di prescrizione?

Arriviamo al punto finale del nostro framework operativo: trasformare il dato raccolto in un’azione redditizia. La capacità di ridurre i costi di concimazione fino al 25% non è un’utopia, ma il risultato di un processo tecnologico integrato che parte dal volo del drone e arriva al trattore in campo. Lo strumento chiave è la mappa di prescrizione. A differenza di una mappa di vigore, che è una fotografia dello stato attuale, la mappa di prescrizione è un’istruzione operativa per una macchina agricola.

Dopo aver realizzato una mappa di vigore e aver validato a terra le cause delle anomalie (come visto nella sezione 15.3), è possibile creare una mappa che dice allo spandiconcime quanta unità di fertilizzante distribuire in ogni specifica zona del campo. Dove la coltura è più rigogliosa si darà meno prodotto, dove è in difficoltà (per una reale carenza nutritiva confermata) se ne darà di più, e dove non è possibile correggere il problema (es. fallanze) non se ne darà affatto. Questo è il cuore dell’agricoltura a rateo variabile (VRT – Variable Rate Technology).

La filiera tecnologica per implementare questo processo è oggi ben definita e accessibile:

  1. Acquisizione dati: Volo con drone equipaggiato di camera multispettrale per generare mappe di vigore (NDVI, NDRE, etc.). Droni moderni possono coprire facilmente oltre 40 ettari al giorno.
  2. Elaborazione: I dati vengono processati con software specifici (desktop come QGIS o servizi cloud italiani) per creare la mappa di prescrizione.
  3. Creazione del file: La mappa viene esportata in un formato standard compatibile con le macchine agricole (es. shapefile o ISO-XML).
  4. Trasferimento al trattore: Il file viene caricato sul monitor ISOBUS presente in cabina.
  5. Esecuzione VRT: Lo spandiconcime, guidato dal GPS e dalla mappa di prescrizione, regola automaticamente la dose di concime distribuita.

Questo approccio non solo permette un risparmio diretto sull’acquisto dei concimi, ma migliora anche la sostenibilità ambientale riducendo i dilavamenti di nutrienti. Inoltre, la documentazione di queste pratiche di agricoltura 4.0 è spesso un requisito fondamentale per accedere a finanziamenti e contributi dei Piani di Sviluppo Rurale (PSR).

Per applicare con successo queste strategie e trasformare i dati in un reale vantaggio competitivo, il passo successivo consiste nel richiedere un’analisi operativa personalizzata per la vostra specifica realtà aziendale.

Scritto da Alessandro Manfredi, Ingegnere esperto in Agricoltura 4.0 e Transizione 5.0 con 12 anni di esperienza nell'implementazione di tecnologie smart nella Pianura Padana. Specializzato in sensoristica IoT, sistemi ISOBUS e integrazione di droni per il monitoraggio colturale.